Storie di danza, calcio, colori e pregiudizi.

Chiacchiere tra mamme fuori dall’asilo.

C’è un bambino che ama ballare. Ha chiesto più volte di partecipare al corso di danza, insieme alle sue compagne, portandosi dietro i suoi amici del cuore.

Gli hanno risposto che non è possibile perché le lezioni sono solo per le bambine.

La sua mamma gli ha promesso che proporrà di aprire un corso aperto a tutti. Ma chissà. I pregiudizi sono duri a morire.

Nella classe accanto c’è una deliziosa bimba bionda. È una terza figlia, arrivata dopo due fratelli maschi e cresciuta a pane e partite a pallone in corridoio.

Le piace giocare a calcio e guarda con gli occhi che brillano i suoi compagni che il pomeriggio fanno il corso del suo sport preferito. Ma lei no, non può entrare in campo, le hanno detto. Il corso è per i maschi. Lei sarebbe l’unica bambina.

“E allora? “ mi viene da dire. “Sarebbe una ricchezza per quella squadra averla tra in campo e un’opportunità per lei”.

Passano pochi giorni e leggo la storia della mamma che se la prende con le maestre perché hanno messo a suo figlio un paio di pantaloni fucsia. 

“Meglio sporco che vestito di rosa” pare abbia detto la signora.

Non potevo crederci. Ma siamo davvero arrivati a questo punto?

Sono mamma di due maschi e tutto questo mi colpisce non poco.

Sono abituata a vedere bambini che giocano con la cucina e mettono a nanna i peluches con la stessa disinvoltura con cui danno calci al pallone o inventano le avventure dei loro super eroi preferiti. Per fortuna. Frequentano casa nostra deliziose bambine che sono grandi esperte di bisarche e piste per macchinine. Una grande compagnia per mio figlio grande nei lunghi pomeriggi invernali. Amiche preziose.

Non credo che i bambini che conosco e che amo io siano una rarità. 

Credo piuttosto che sia venuto il momento di cambiare il nostro sguardo di adulti, che sia ora di metterci davvero nelle loro scarpine, di alzarci all’altezza dei nostri figli e imparare da loro, ripartire da loro, dalla loro saggezza, dal loro cuoricino e dalla loro testolina.

Credo anche che noi genitori di figli maschi abbiamo un pezzetto di strada in più da fare; che ci saranno più cose da dire; che dovremo spiegare che è bello, giusto e sano avere voglia di giocare con la cucina o di ballare con i propri compagni di classe; che un colore non significa nulla; che non si divide il mondo in maschi e femmine, ma che potranno, anzi dovranno, immaginarsi calciatori, medici, astronauti, avvocati, pompieri e tutto quello che vorranno, ma se sapranno anche cucinare un buon risotto, se saranno bravi a fare la spesa al mercato e non vedranno loro di leggere la favola della buonanotte rischieranno di essere anche persone felici, libere dai pregiudizi e con il cuore aperto. Mica poco.

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La foto di classe Christmas edition

Un messaggio lampeggiava giovedì sera sulla chat di classe:”Mi raccomando domani ricordatevi di vestire i bambini con qualcosa di bianco e rosso”.

Fine novembre. Venerdì di pioggia. 

Trenta giorni a Natale. Si aprono le danze.

Inspira ed espira che ce la facciamo anche quest’anno. Tra una corsa ai regali, due calendari dell’Avvento da preparare,un immancabile raffreddore, una visita dal pediatra, le cene per gli auguri, i regali da impacchettare di nascosto e portare in cantina quando tutti dormono e il resto della vita che va, per mamme e papà il mese che ci attende è una vera corsa a ostacoli.

 Fischio di inizio. Foto di classe in versione natalizia. Tutte le classi schierate per il calendario per l’anno che verrà, presto in vendita al mercatino della scuola. 

Stay tuned, come dice sui social chi se ne intende più di me.

La mattina delle foto bisogna essere puntuali, si raccomandano le maestre, che subito dopo il suono della campanella si scatta.

All’entrata, tra mille ombrellini colorati agitati in tutte le direzioni, il rumore allegro e inconfondibile di tanti piedini che corrono con gli stivaletti di gomma e gli sguardi solidali che ci scambiavamo tra genitori- tutti reduci dalla stessa battaglia mattutina per l’uscita di casa- mi sono tornate in mente le nostre foto di classe. Praticamente un’era geologica fa. 

Prima di Instagram, prima di whatsapp, prima del calendario di Natale.

Quando la foto di classe si faceva in primavera, tutti composti nel giardino della scuola, grembiule bianco d’ordinanza, sorriso moderato della maestra e noi un po’ timidi, un po’ impacciati, spesso poco avvezzi a stare davanti all’obiettivo.

“Sono stati tutti bravissimi”, scrive una mamma-santa- che si è offerta volontaria per aiutare durante la sessione fotografica, “sorridenti e disinvolti”. Una bella sfilata di musetti allegri, golfini con le renne, dettagli scozzesi, fiocchetti rossi tra i capelli delle bimbe.

Le foto di classe ai tempi di whatsapp.

Meno trenta giorni a Natale, dai che ce la facciamo.

Storia di una mamma a bordo campo (di calcetto).

Cielo bianco che quasi promette neve e aria che gela i nasini. Vietato dimenticarsi cappello e guantini a casa. Finalmente il signor Inverno ha fatto il suo ingresso in scena. Era ora, che tra un mesetto arriva Babbo Natale.

Ma ogni mamma sa che inverno vuol dire anche lunghi pomeriggi in casa, giochi da inventare, noia con cui fare i conti, ma soprattutto molto meno tempo al parco, meno giochi all’aperto e partite a calcio.

Ecco, il calcio. Croce e delizia di quasi tutte le madri di maschi.

Che meraviglia quando parte il calcio di inizio, sono tutti schierati davanti dalla televisione- padre e figli- e novanta minuti garantiti di silenzio religioso, fatti salvi gli urli, di gioia o di dolore.
Ma che dire dei pomeriggi gelati passati a bordo campo di calcetto?

Sì, perché con la passione non si scherza. Soprattutto con quella calcistica. Soprattutto se si hanno poco più di tre anni.

Abbiamo deciso di far frequentare al nostro bambino grande un solo corso pomeridiano, quest’anno. Convinti dell’importanza di preservare del tempo prezioso per giocare e per coltivare un po’ di sana noia.

“Scegli uno sport” gli abbiamo chiesto “cosa ti piacerebbe fare?”.

Neanche a dirlo. E calcio fu.

Bello, bellissimo davvero, vederlo far parte di una squadra, fare squadra, le guancine rosse e gli occhi che brillano di gioia.

La mamma a bordo campo osserva curiosa e contenta le prodezze del piccolo campione che sorride da dietro la rete. E si gode il momento. A settembre, a ottobre. Quando cadono le foglie ma la temperatura è ancora piacevole. O accettabile, nella sua logica di mamma.

Sì perché al momento dell’iscrizione mica ha fatto i conti, la mamma, con il suo istinto da chioccia, con la sua sindrome da nido calduccio, con “copriti bene che fa freddissimo” e “corri piano che poi sudi”,

Sì perché, sotto sotto, credeva che il Mister (“Mister, mamma, si chiama Mister o allenatore, non maestro di calcio!) esagerasse quando ha detto sereno “Giochiamo fuori tutto l’anno, anche se piove un pochino. Anche se fa freddo. Basta vestirli in maniera adeguata”. “Non vorrà mica fare la mamma chioccia?” ha aggiunto.

Sì perché, alla fine, sorride sempre un po’, quando suo marito le dice “Sarà meglio che ti abitui, sei mamma di due maschi. E’ giusto, normale e sano che giochino a calcio, all’aperto, anche d’inverno, con il freddo, con la pioggia, con il vento. Basta vestirli in maniera corretta. Non vorrai mica fare la chioccia? Non vorrai mica farli sentire diversi dagli altri?”.

Chi? Io? Per carità!

Sì, perché mica aveva considerato, la mamma, che il calciatore treenne avrebbe rifiutato con convinzione la tenuta che per lei era il minimo sindacale sbandierando la maglia della sua squadra del cuore; mai avrebbe immaginato di ritrovarsi a tenere sotto controllo le previsioni- ma soprattutto le temperature- del martedì pomeriggio, di consultarsi con le altre mamme a bordo campo su quale tenuta termica sia più adeguata.

Milano. Cielo bianco e aria di neve.

Come arriverà mamma chioccia alla fine dell’anno?

Rivoglio il mio pollaio. Subito.

 

Chat, chat, chat.

La chat di classe. Tanto amata e tanto odiata. Croce e delizia di tutti i genitori. La chat delle rappresentanti di classe e quella delle rappresentanti di tutte le classi.La chat con le maestre. La chat delle amiche storiche, quelle che ci si promette un bicchiere di vino senza figli per mesi ma alla fine non si riesce mai, e allora ben venga scriversi che almeno ci si sente più vicine, tra una corsa e l’altra. La chat con i nonni per le foto dei nipotini. La chat con i cugini che abitano lontano. La chat per il compleanno di G., quella per la cena di C., quella per l’addio al nubilato di F., quella per il concerto che aspettiamo da un anno, quella per la cena di Natale, che infondo non manca mica così tanto.

Chat, chat, chat. Dlin, dlin, dlin.

Il suono dei messaggini inizia a farci compagnia con il primo caffè della mattina e ci dà anche la buonanotte.

Distratta per natura, temo sempre che prima o poi manderò un cuore per mio marito sulla chat di classe, la ricetta del budino al cioccolato della mia nonna alla maestra anziché alla mia migliore amica, un commento sul vestito della cugina di terzo grado a Natale dell’anno scorso proprio lì dove si discute se è meglio il panettone il 25 a pranzo e il pandoro il 24 sera.

Sempre attanagliata dal senso di colpa mi viene l’ansia se non rispondo in un tempo ragionevole.
Ma una cosa l’ho imparata, a disattivare le notifiche, quasi una snobberia che però garantisce un meraviglioso silenzio.

A volte mi prende un po’ di nostalgia- saranno le foglie che cadono?- di quando gli avvisi della scuola li scrivevamo sul diario e per invitare a cena un amico scrivevamo un sms. Punto.

E voi, come ve la cavate?

Banchi di scuola e banchi di prova.

Settembre. E’ sempre stato uno dei miei mesi preferiti.

Per me è l’anno che ricomincia.

Tempo di buoni propositi e di nuovi progetti. Tempo di mettere in ordine la casa per l’inverno che verrà, di nuovi quaderni da scrivere e profumo di matite che esce dalla cartoleria davanti all’asilo del mio bambino grande.

E mi fa pensare a quando a scuola ci andavo io.
In questi giorni il mio pensiero va spesso a quei ritorni sui banchi dopo le belle e lunghissime estati.

Forse perché questo settembre è toccato a lui, al mio bambino grande, non proprio sedersi al banco di scuola, ma cominciare a fare amicizia con il banchetto della scuola materna.

Il primo vero volo fuori dal nido per lui, il primo vero banco di prova per noi.

Tutto nuovo, in queste settimane, per tutti. Un vero nuovo inizio.
Nuovi amici, nuove maestre, nuova scuola, nuovi ritmi a cui abituarsi.
Tante cose da imparare. Per lui e per noi.

Perché mentre nostro figlio comincia a conoscere compagni e maestre, prende le misure con i nuovi ritmi, gioca nel grande cortile della nuova scuola, mangia per la prima volta al tavolino con gli amici, anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

E che parte.

Dobbiamo imparare a lasciar andare, anche se è faticoso, perché così si diventa grandi.
E provare a non chiedere un bacio in più la mattina sul portone, quando vorremmo coccolarlo ancora per ore, se lo vediamo entrare di corsa e felice in classe. Dobbiamo esserci sempre, ma saper fare un passo indietro quando serve, sostenere, accogliere i sorrisi ma anche i pianti se arrivano, la stanchezza inevitabile, la fatica a trovare il nuovo passo. Incoraggiare l’autonomia mettendoci in tasca la malinconia, se ci coglie all’improvviso.

Mica poco. Anche noi genitori abbiamo la nostra bella strada da fare.

Ma sono sicura che, tra salite e discese, il viaggio sarà bellissimo perché cresceremo insieme ai nostri bambini.

Buon anno scolastico a tutti.

Le parole dell’amore.

 

Domenica di settembre. Uno dei miei giorni preferiti nel mio mese preferito.

C’è anche il sole.

Mentre apparecchiavo la tavola in cucina, per tre più una sdraietta, pensavo a quante cose mi hanno insegnato i miei bambini in questi anni da mamma.

E mi è venuto in mente un gioco.

Sulla scia di un libro per genitori che è diventato famoso negli ultimi anni, utilizzando la parola “parents”, ho scritto le prime cose che mi sono venute in mente.

Ve le lascio, come gioco della domenica. 

P come pazienza. Ho sempre pensato di averne poca, anzi pochissima. Ho imparato che si esercita, ogni giorno. E più si esercita e più cresce. Ce ne vuole tanta per mettere in fila i giorni da genitori, qualche volta scappa, qualche volta resta.  Mi piace pensare di curarla ogni giorno come una piantina. 

A come amore incondizionato. Finché non siete arrivati nella mia vita non immaginavo nemmeno che potesse esistere un amore così grande. Immenso. Un amore che cresce ogni giorno e rischia di far scoppiare il cuore.

R come resilienza. Perché insieme siamo una forza e possiamo fare tutto. 

E come empatia. Una delle cose che vorrei insegnarvi. Da mettere nel vostro bagaglio per il viaggio nella vita. Una delle cose che provo ad imparare anch’io ogni giorno, insieme a voi, cercando di camminare al vostro fianco, mano nella manina, provando a immaginare il mondo dal vostro punto di vista, a mettere il piede nelle vostre scarpine. Per capirvi meglio, per crescere insieme.

N come nanna, croce e delizia di tutti i genitori. Per me è meraviglioso guardarvi per ore mentre dormite. Le ciglia lunghe, i ciucci buttati e i sorrisi dei vostri sogni. 

T come tutti insieme, perché da quando siamo diventati genitori per la seconda volta abbiamo imparato che l’amore non si divide, ma si moltiplica. E che non c’è niente di più bello che fare le cose insieme. Tutti insieme. Una mano a uno e una mano all’altro, cercando di tenervi vicini. Sempre. Pensando che se lavoreremo bene, e se saremo fortunati, sarete voi due una forza per la vita.

S come sorrisi, i vostri, che sono il sole delle mie giornate e di quelle del vostro papà. Quanto ci mancheranno quando diventerete degli adolescenti musoni! 

Chi ha voglia di scrivermi le sue parole? 

Ricordi di mare. Per l’inverno che verrà.

Ogni mattina la porta blu della casetta bianca a picco sul mare si apre verso le otto. Esce un bambino, ha in mano una grande tazza di latte al cioccolato. Pochi passi dietro di lui cammina il suo papà. Vanno a fare colazione sulla spiaggia. Poche parole, sottovoce, quasi per non svegliare il mare. Molti sorrisi.

Poco più in là un vecchio pescatore ritira la sua rete, in silenzio. Come se riavvolgesse anche il filo dei suoi pensieri. 

Un signore esce da un’altra casetta. I piedi nudi e un cappello bianco. Si siede sempre sulla stessa panchina e mangia un gelato senza mai smettere di guardare il mare. Chissà se pensa ad un amore lontano.

Due amiche con i capelli bianchi fanno il bagno e chiacchierano fitto fitto, come solo le donne che si raccontano la vita sanno fare. Penso a me e alla mia migliore amica, alle risate e alle confidenze, a quell’attraversare insieme la vita.

Il mare la mattina presto è per pochi.

Per me è stato un regalo, inaspettato, che mi ha portato questa bella, lunga e calda estate. 

Grazie al mio bambino piccolo, quattro mesi appena compiuti e due occhioni chiari che si aprono presto sul mondo, ho scoperto la grande bellezza delle passeggiate in spiaggia quando tutti ancora dormono. Io e lui. E intorno una magia.

Tra poco è tempo di mettere in valigia vestiti e ricordi. Bilanci e malinconie.

Porto con me le storie del bambino e del suo papà, dei pescatori, delle amiche eleganti con i capelli d’argento, del vecchio innamorato.

Mi tengo stretta negli occhi e nel cuore la luce che illuminava la piccola baia di sassi, le onde del mare che sembravano dorate e quel silenzio perfetto. 

Metto da parte, per l’inverno che verrà, il pensiero di quelle camminate su e giù per le stradine spingendo la carrozzina mentre il mio piccolo sorrideva e faceva le sue prime chiacchiere. Mi faranno compagnia quando in città arriveranno la pioggia e la nebbia.

E conto i giorni che ci separano dal tornare di nuovo nel villaggio di pescatori dove, ogni estate, vediamo diventare grandi i nostri bambini e dove lasciamo sempre un pezzetto di cuore. 

Sì, viaggiare.

C’era una volta una coppia di fidanzati.

Due zaini in spalla e una passione per i viaggi.

Lui le ha insegnato a viaggiare. A viaggiare più leggera, in tutti i sensi. 

E a non aver paura di andare lontano.

Presto sono diventati marito e moglie. 

Nel giro di poco la famiglia è cresciuta e da due sono diventati tre e poi quattro.

E viaggiare con i loro due maschietti ha reso l’avventura ancora più bella.

Gli zaini hanno lasciato il posto alle valigie,alle sacche e alle sacchette piene di animali di gomma, macchinine e peluches. La loro macchina sportiva è stata sostituita da una familiare; le briciole colorano i seggiolini sui sedili posteriori e la colonna sonora va dalla Danza della panza a Ufo Robot. 

Lontani, lontanissimi, i tempi in cui sui tornanti di montagna o verso la spiaggia ci facevano compagnia le canzoni di Lorenzo e degli U2.

Ma i viaggi sono ancora bellissimi. 

Anzi lo sono di più.

Il carico di bagagli è molto, molto più pesante. Ma il cuore è molto più leggero.

Non ci sono più due trolley buttati in macchina all’ultimo e via per un weekend improvvisato, ma partenze precedute da lunghe liste da spuntare: sterilizzatore, materassino, carrozzina, pallone, monopattino, bilancia, vaschetta,  vasino, gradino e chi più ne ha più ne metta, immense quantità di body, magliette, felpe, salopette, come se non esistessero più lavatrici al mondo.

Sono un ricordo i cd ascoltati dall’inizio alla fine, in un romantico silenzio, magari sotto una nevicata.

Oggi il volume altissimo delle canzoncine stonate rischia di far scoppiare la testa. Ma anche il cuore. Di gioia.

Buona estate.

Ciao, asilo nido.

 

Milano. Bellissime mattine d’estate. Sole e cielo blu.
Si fa meno fatica ad alzarsi e uscire di casa è un piacere quando l’aria è ancora fresca.
Colazioni estive, latte, biscotti e ciliegie. Manine rosse e musetti colorati.
Scendiamo a piedi le scale di casa, una corsa veloce in cortile e via verso il nido.
Piccoli appuntamenti, riti quotidiani che ci hanno accompagnato per tutto l’anno.
Salutiamo le persone che incontriamo lungo la via, sempre le stesse, e i cagnolini che fanno la passeggiata con i loro padroni e ci fanno capire se siamo in ritardo oppure no, passiamo davanti all’edicola, al nostro bar preferito, facciamo ciao a tutti i tram e immaginiamo dove stanno andando,
giochiamo a guardare le ombre che il sole alle nostre spalle disegna sul marciapiede.
Come Peter Pan e Wendy.
Giochi e trucchetti per ingannare il tempo, per fare tutta strada a piedi senza cedere troppo alla stanchezza o alla voglia di essere presi in braccio.
Sono gli ultimi giorni. Tempo di ricordi e di bilanci.
Per noi soprattutto, perché a settembre ci aspetta la scuola materna.
Se riavvolgo il filo della memoria rivedo quel bimbo piccolo- due anni appena compiuti e poche parole- e noi genitori che lo accompagnavamo il primo giorno di inserimento. Il mio pancino appena accennato che faceva intravedere l’arrivo del fratellino.
Era una mattina di metà settembre, il cielo grigio minacciava pioggia.
Lui, con i piedini infilati negli stivaletti di gomma, osservava curioso il nuovo panorama sporgendosi dal passeggino e noi genitori, emozionati per il suo primo volo fuori dal nido, cominciavamo con lui una nuova avventura.
Quante cose sono cambiate da quel giorno. Quanta strada abbiamo fatto insieme, quante amicizie, quanti giorni belli e momenti difficili, risate, lacrime, abbracci, pomeriggi di gioco. Quanta crescita.
Domani sarà l’ultimo giorno. Questa volta saremo in quattro sulla strada verso l’asilo.
Speriamo sia una bella mattina di sole così gli stivaletti di gomma rimangono a casa, insieme al passeggino che ormai sonnecchia in cantina da qualche mese. Faremo la nostra strada spingendo insieme la carrozzina e chissà che non ci scappi una colazione al bar.
Noi genitori siamo di nuovo emozionati. E grati. Per tutto quello che abbiamo ricevuto, per ogni momento di crescita, per i primi lavoretti che ci hanno fatto piangere, per la palla dell’albero di Natale con la manina colorata che farà per sempre parte dei nostri addobbi più preziosi, per le canzoncine imparate a scuola che ormai fanno parte della colonna sonora di casa nostra, per le nuove amicizie che ci hanno fatto compagnia durante il lungo inverno e che speriamo di non perdere, per l’aiuto ricevuto quando la pancia che cresceva ha costretto la mamma a rallentare un po’ il ritmo, perché abbiamo accompagnato un bimbo piccolo e ci portiamo a casa un bimbo più grande e per essere cresciuti anche noi insieme a lui.
Ciao asilo nido, ciao maestre.
Siamo pronti per una nuova tappa del viaggio: la scuola materna. Grazie di tutto.

I nostri primi due mesi in quattro: caos e meraviglia.

Sono stata un po’ lontana da questa paginetta, che mi è molto mancata.
Ma una meravigliosa novità è arrivata nella mia vita: in una profumata notte di fine aprile è nato il nostro secondo bambino!
Due maschietti fanno bella la nostra vita.
Uguali e diversi. Uno moro e uno biondo. Come una diapositiva al contrario. Lo yin e lo yang.
E se il primo figlio travolge la vita dei neo genitori, anche il secondo porta con sé una bellissima tempesta. E anche le mamme e i papà più navigati devono imparare a cavalcare onde nuove.
Perché quando si parla di bambini, soprattutto se sono piccoli, uno più uno non fa due, ma molto, molto di più.
Per questo nelle ultime settimane mi è mancato il tempo di sedermi a scrivere, ma ho preso un po’ di appunti sparsi, tra un biberon e una corsa all’asilo, un pomeriggio ai giardini e una visita dal pediatra, pensando che sarebbe arrivato il momento per condividere qualche pensiero da mamma su questa straordinaria avventura che è l’essere genitori di due bambini.
Piano piano, senza fretta. Quasi sottovoce. Tenendo sempre il cuore ben aperto. Come si fa con le cose preziose. Per non sciuparle.
Se chiudo gli occhi e ripenso a questi sessanta giorni in quattro rivedo molte immagini.
Dal momento in cui il nostro sguardo ha incontrato per la prima volta gli occhioni azzurri e acquosi del nostro piccolino; al primo incontro tra i due fratelli, alle loro manine che si stringono- che se ci ripenso mi scoppia il cuore- al ritorno a casa, alle notti intervallate dai biberon- e chi se le ricordava più?- ai primi sorrisi, ai minuscoli e immensi abbracci, alla stanchezza- tanta, tantissima- di certi giorni, alle corse ai giardini con il grande tutti i pomeriggi nonostante la fatica, alle inevitabili crisi di gelosia, al sonno che ci fa crollare sul divano ogni sera.
Più di tutto però la mia mente torna alla gioia immensa, quella che ti tiene sveglia la notte a guardarli dormire, che fa più effetto di mille caffè, che ti fa alzare ogni mattina con il sorriso anche se hai dormito due ore, che fa dimenticare anche la più lunga delle notti passata a passeggiare in corridoio per far passare le coliche.
Caos e meraviglia, insomma.
Le parole che mi ha detto un’amica carissima, mamma di due bimbe, quando è venuta a trovarmi in ospedale per conoscere il mio piccolo.
“Il ritorno a casa?” ha sentenziato serena, “sarà un caos. Ma meraviglioso, allegro.”
Brava la mia amica, ci ha visto lungo.
E’ stato così anche per noi. La colonna sonora delle nostre giornate è il rumore della lavatrice che gira senza sosta, balliamo come equilibristi sul filo di chi porta all’asilo uno e chi si sveglia per il biberon in mezzo alla notte dell’altro, improvvisiamo romantiche cene fredde a due in cucina- fredde nel senso che si sono ormai raffreddate, in piedi perché si fa prima, che quando dormono tutti e due schiacciamo un pisolino anche noi- ci sembra di essere in affanno su tutto, in ritardo su tutto, non riusciamo a vedere un film intero da tempo immemorabile, né a fare un discorso dall’inizio alla fine senza essere interrotti in continuazione.
Ma queste settimane resteranno nei nostri ricordi tra le più belle della nostra vita.
Sì perché la meraviglia bilancia alla grande il caos, anzi lo supera nettamente.
Perché non c’è stanchezza che tenga davanti ai loro musetti, alla tenerezza infinita di un piccolo di due mesi che si stiracchia nella culla o al faccino sorridente e orgoglioso di chi, a quasi tre anni, ti mostra un puzzle fatto tutto da solo; non esiste sonno di fronte alla magia di una passeggiata mano nella mano verso l’asilo o nel guardare i due fratelli che fanno naso-naso, che si studiano e si avvicinano ogni giorno un pochino di più, immaginando un amore che, se saremo fortunati e lavoreremo bene, sarà per la vita.
Che meraviglia.