Banchi di scuola e banchi di prova.

Settembre. E’ sempre stato uno dei miei mesi preferiti.

Per me è l’anno che ricomincia.

Tempo di buoni propositi e di nuovi progetti. Tempo di mettere in ordine la casa per l’inverno che verrà, di nuovi quaderni da scrivere e profumo di matite che esce dalla cartoleria davanti all’asilo del mio bambino grande.

E mi fa pensare a quando a scuola ci andavo io.
In questi giorni il mio pensiero va spesso a quei ritorni sui banchi dopo le belle e lunghissime estati.

Forse perché questo settembre è toccato a lui, al mio bambino grande, non proprio sedersi al banco di scuola, ma cominciare a fare amicizia con il banchetto della scuola materna.

Il primo vero volo fuori dal nido per lui, il primo vero banco di prova per noi.

Tutto nuovo, in queste settimane, per tutti. Un vero nuovo inizio.
Nuovi amici, nuove maestre, nuova scuola, nuovi ritmi a cui abituarsi.
Tante cose da imparare. Per lui e per noi.

Perché mentre nostro figlio comincia a conoscere compagni e maestre, prende le misure con i nuovi ritmi, gioca nel grande cortile della nuova scuola, mangia per la prima volta al tavolino con gli amici, anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

E che parte.

Dobbiamo imparare a lasciar andare, anche se è faticoso, perché così si diventa grandi.
E provare a non chiedere un bacio in più la mattina sul portone, quando vorremmo coccolarlo ancora per ore, se lo vediamo entrare di corsa e felice in classe. Dobbiamo esserci sempre, ma saper fare un passo indietro quando serve, sostenere, accogliere i sorrisi ma anche i pianti se arrivano, la stanchezza inevitabile, la fatica a trovare il nuovo passo. Incoraggiare l’autonomia mettendoci in tasca la malinconia, se ci coglie all’improvviso.

Mica poco. Anche noi genitori abbiamo la nostra bella strada da fare.

Ma sono sicura che, tra salite e discese, il viaggio sarà bellissimo perché cresceremo insieme ai nostri bambini.

Buon anno scolastico a tutti.

Le parole dell’amore.

 

Domenica di settembre. Uno dei miei giorni preferiti nel mio mese preferito.

C’è anche il sole.

Mentre apparecchiavo la tavola in cucina, per tre più una sdraietta, pensavo a quante cose mi hanno insegnato i miei bambini in questi anni da mamma.

E mi è venuto in mente un gioco.

Sulla scia di un libro per genitori che è diventato famoso negli ultimi anni, utilizzando la parola “parents”, ho scritto le prime cose che mi sono venute in mente.

Ve le lascio, come gioco della domenica. 

P come pazienza. Ho sempre pensato di averne poca, anzi pochissima. Ho imparato che si esercita, ogni giorno. E più si esercita e più cresce. Ce ne vuole tanta per mettere in fila i giorni da genitori, qualche volta scappa, qualche volta resta.  Mi piace pensare di curarla ogni giorno come una piantina. 

A come amore incondizionato. Finché non siete arrivati nella mia vita non immaginavo nemmeno che potesse esistere un amore così grande. Immenso. Un amore che cresce ogni giorno e rischia di far scoppiare il cuore.

R come resilienza. Perché insieme siamo una forza e possiamo fare tutto. 

E come empatia. Una delle cose che vorrei insegnarvi. Da mettere nel vostro bagaglio per il viaggio nella vita. Una delle cose che provo ad imparare anch’io ogni giorno, insieme a voi, cercando di camminare al vostro fianco, mano nella manina, provando a immaginare il mondo dal vostro punto di vista, a mettere il piede nelle vostre scarpine. Per capirvi meglio, per crescere insieme.

N come nanna, croce e delizia di tutti i genitori. Per me è meraviglioso guardarvi per ore mentre dormite. Le ciglia lunghe, i ciucci buttati e i sorrisi dei vostri sogni. 

T come tutti insieme, perché da quando siamo diventati genitori per la seconda volta abbiamo imparato che l’amore non si divide, ma si moltiplica. E che non c’è niente di più bello che fare le cose insieme. Tutti insieme. Una mano a uno e una mano all’altro, cercando di tenervi vicini. Sempre. Pensando che se lavoreremo bene, e se saremo fortunati, sarete voi due una forza per la vita.

S come sorrisi, i vostri, che sono il sole delle mie giornate e di quelle del vostro papà. Quanto ci mancheranno quando diventerete degli adolescenti musoni! 

Chi ha voglia di scrivermi le sue parole? 

Ricordi di mare. Per l’inverno che verrà.

Ogni mattina la porta blu della casetta bianca a picco sul mare si apre verso le otto. Esce un bambino, ha in mano una grande tazza di latte al cioccolato. Pochi passi dietro di lui cammina il suo papà. Vanno a fare colazione sulla spiaggia. Poche parole, sottovoce, quasi per non svegliare il mare. Molti sorrisi.

Poco più in là un vecchio pescatore ritira la sua rete, in silenzio. Come se riavvolgesse anche il filo dei suoi pensieri. 

Un signore esce da un’altra casetta. I piedi nudi e un cappello bianco. Si siede sempre sulla stessa panchina e mangia un gelato senza mai smettere di guardare il mare. Chissà se pensa ad un amore lontano.

Due amiche con i capelli bianchi fanno il bagno e chiacchierano fitto fitto, come solo le donne che si raccontano la vita sanno fare. Penso a me e alla mia migliore amica, alle risate e alle confidenze, a quell’attraversare insieme la vita.

Il mare la mattina presto è per pochi.

Per me è stato un regalo, inaspettato, che mi ha portato questa bella, lunga e calda estate. 

Grazie al mio bambino piccolo, quattro mesi appena compiuti e due occhioni chiari che si aprono presto sul mondo, ho scoperto la grande bellezza delle passeggiate in spiaggia quando tutti ancora dormono. Io e lui. E intorno una magia.

Tra poco è tempo di mettere in valigia vestiti e ricordi. Bilanci e malinconie.

Porto con me le storie del bambino e del suo papà, dei pescatori, delle amiche eleganti con i capelli d’argento, del vecchio innamorato.

Mi tengo stretta negli occhi e nel cuore la luce che illuminava la piccola baia di sassi, le onde del mare che sembravano dorate e quel silenzio perfetto. 

Metto da parte, per l’inverno che verrà, il pensiero di quelle camminate su e giù per le stradine spingendo la carrozzina mentre il mio piccolo sorrideva e faceva le sue prime chiacchiere. Mi faranno compagnia quando in città arriveranno la pioggia e la nebbia.

E conto i giorni che ci separano dal tornare di nuovo nel villaggio di pescatori dove, ogni estate, vediamo diventare grandi i nostri bambini e dove lasciamo sempre un pezzetto di cuore. 

Sì, viaggiare.

C’era una volta una coppia di fidanzati.

Due zaini in spalla e una passione per i viaggi.

Lui le ha insegnato a viaggiare. A viaggiare più leggera, in tutti i sensi. 

E a non aver paura di andare lontano.

Presto sono diventati marito e moglie. 

Nel giro di poco la famiglia è cresciuta e da due sono diventati tre e poi quattro.

E viaggiare con i loro due maschietti ha reso l’avventura ancora più bella.

Gli zaini hanno lasciato il posto alle valigie,alle sacche e alle sacchette piene di animali di gomma, macchinine e peluches. La loro macchina sportiva è stata sostituita da una familiare; le briciole colorano i seggiolini sui sedili posteriori e la colonna sonora va dalla Danza della panza a Ufo Robot. 

Lontani, lontanissimi, i tempi in cui sui tornanti di montagna o verso la spiaggia ci facevano compagnia le canzoni di Lorenzo e degli U2.

Ma i viaggi sono ancora bellissimi. 

Anzi lo sono di più.

Il carico di bagagli è molto, molto più pesante. Ma il cuore è molto più leggero.

Non ci sono più due trolley buttati in macchina all’ultimo e via per un weekend improvvisato, ma partenze precedute da lunghe liste da spuntare: sterilizzatore, materassino, carrozzina, pallone, monopattino, bilancia, vaschetta,  vasino, gradino e chi più ne ha più ne metta, immense quantità di body, magliette, felpe, salopette, come se non esistessero più lavatrici al mondo.

Sono un ricordo i cd ascoltati dall’inizio alla fine, in un romantico silenzio, magari sotto una nevicata.

Oggi il volume altissimo delle canzoncine stonate rischia di far scoppiare la testa. Ma anche il cuore. Di gioia.

Buona estate.

Ciao, asilo nido.

 

Milano. Bellissime mattine d’estate. Sole e cielo blu.
Si fa meno fatica ad alzarsi e uscire di casa è un piacere quando l’aria è ancora fresca.
Colazioni estive, latte, biscotti e ciliegie. Manine rosse e musetti colorati.
Scendiamo a piedi le scale di casa, una corsa veloce in cortile e via verso il nido.
Piccoli appuntamenti, riti quotidiani che ci hanno accompagnato per tutto l’anno.
Salutiamo le persone che incontriamo lungo la via, sempre le stesse, e i cagnolini che fanno la passeggiata con i loro padroni e ci fanno capire se siamo in ritardo oppure no, passiamo davanti all’edicola, al nostro bar preferito, facciamo ciao a tutti i tram e immaginiamo dove stanno andando,
giochiamo a guardare le ombre che il sole alle nostre spalle disegna sul marciapiede.
Come Peter Pan e Wendy.
Giochi e trucchetti per ingannare il tempo, per fare tutta strada a piedi senza cedere troppo alla stanchezza o alla voglia di essere presi in braccio.
Sono gli ultimi giorni. Tempo di ricordi e di bilanci.
Per noi soprattutto, perché a settembre ci aspetta la scuola materna.
Se riavvolgo il filo della memoria rivedo quel bimbo piccolo- due anni appena compiuti e poche parole- e noi genitori che lo accompagnavamo il primo giorno di inserimento. Il mio pancino appena accennato che faceva intravedere l’arrivo del fratellino.
Era una mattina di metà settembre, il cielo grigio minacciava pioggia.
Lui, con i piedini infilati negli stivaletti di gomma, osservava curioso il nuovo panorama sporgendosi dal passeggino e noi genitori, emozionati per il suo primo volo fuori dal nido, cominciavamo con lui una nuova avventura.
Quante cose sono cambiate da quel giorno. Quanta strada abbiamo fatto insieme, quante amicizie, quanti giorni belli e momenti difficili, risate, lacrime, abbracci, pomeriggi di gioco. Quanta crescita.
Domani sarà l’ultimo giorno. Questa volta saremo in quattro sulla strada verso l’asilo.
Speriamo sia una bella mattina di sole così gli stivaletti di gomma rimangono a casa, insieme al passeggino che ormai sonnecchia in cantina da qualche mese. Faremo la nostra strada spingendo insieme la carrozzina e chissà che non ci scappi una colazione al bar.
Noi genitori siamo di nuovo emozionati. E grati. Per tutto quello che abbiamo ricevuto, per ogni momento di crescita, per i primi lavoretti che ci hanno fatto piangere, per la palla dell’albero di Natale con la manina colorata che farà per sempre parte dei nostri addobbi più preziosi, per le canzoncine imparate a scuola che ormai fanno parte della colonna sonora di casa nostra, per le nuove amicizie che ci hanno fatto compagnia durante il lungo inverno e che speriamo di non perdere, per l’aiuto ricevuto quando la pancia che cresceva ha costretto la mamma a rallentare un po’ il ritmo, perché abbiamo accompagnato un bimbo piccolo e ci portiamo a casa un bimbo più grande e per essere cresciuti anche noi insieme a lui.
Ciao asilo nido, ciao maestre.
Siamo pronti per una nuova tappa del viaggio: la scuola materna. Grazie di tutto.

I nostri primi due mesi in quattro: caos e meraviglia.

Sono stata un po’ lontana da questa paginetta, che mi è molto mancata.
Ma una meravigliosa novità è arrivata nella mia vita: in una profumata notte di fine aprile è nato il nostro secondo bambino!
Due maschietti fanno bella la nostra vita.
Uguali e diversi. Uno moro e uno biondo. Come una diapositiva al contrario. Lo yin e lo yang.
E se il primo figlio travolge la vita dei neo genitori, anche il secondo porta con sé una bellissima tempesta. E anche le mamme e i papà più navigati devono imparare a cavalcare onde nuove.
Perché quando si parla di bambini, soprattutto se sono piccoli, uno più uno non fa due, ma molto, molto di più.
Per questo nelle ultime settimane mi è mancato il tempo di sedermi a scrivere, ma ho preso un po’ di appunti sparsi, tra un biberon e una corsa all’asilo, un pomeriggio ai giardini e una visita dal pediatra, pensando che sarebbe arrivato il momento per condividere qualche pensiero da mamma su questa straordinaria avventura che è l’essere genitori di due bambini.
Piano piano, senza fretta. Quasi sottovoce. Tenendo sempre il cuore ben aperto. Come si fa con le cose preziose. Per non sciuparle.
Se chiudo gli occhi e ripenso a questi sessanta giorni in quattro rivedo molte immagini.
Dal momento in cui il nostro sguardo ha incontrato per la prima volta gli occhioni azzurri e acquosi del nostro piccolino; al primo incontro tra i due fratelli, alle loro manine che si stringono- che se ci ripenso mi scoppia il cuore- al ritorno a casa, alle notti intervallate dai biberon- e chi se le ricordava più?- ai primi sorrisi, ai minuscoli e immensi abbracci, alla stanchezza- tanta, tantissima- di certi giorni, alle corse ai giardini con il grande tutti i pomeriggi nonostante la fatica, alle inevitabili crisi di gelosia, al sonno che ci fa crollare sul divano ogni sera.
Più di tutto però la mia mente torna alla gioia immensa, quella che ti tiene sveglia la notte a guardarli dormire, che fa più effetto di mille caffè, che ti fa alzare ogni mattina con il sorriso anche se hai dormito due ore, che fa dimenticare anche la più lunga delle notti passata a passeggiare in corridoio per far passare le coliche.
Caos e meraviglia, insomma.
Le parole che mi ha detto un’amica carissima, mamma di due bimbe, quando è venuta a trovarmi in ospedale per conoscere il mio piccolo.
“Il ritorno a casa?” ha sentenziato serena, “sarà un caos. Ma meraviglioso, allegro.”
Brava la mia amica, ci ha visto lungo.
E’ stato così anche per noi. La colonna sonora delle nostre giornate è il rumore della lavatrice che gira senza sosta, balliamo come equilibristi sul filo di chi porta all’asilo uno e chi si sveglia per il biberon in mezzo alla notte dell’altro, improvvisiamo romantiche cene fredde a due in cucina- fredde nel senso che si sono ormai raffreddate, in piedi perché si fa prima, che quando dormono tutti e due schiacciamo un pisolino anche noi- ci sembra di essere in affanno su tutto, in ritardo su tutto, non riusciamo a vedere un film intero da tempo immemorabile, né a fare un discorso dall’inizio alla fine senza essere interrotti in continuazione.
Ma queste settimane resteranno nei nostri ricordi tra le più belle della nostra vita.
Sì perché la meraviglia bilancia alla grande il caos, anzi lo supera nettamente.
Perché non c’è stanchezza che tenga davanti ai loro musetti, alla tenerezza infinita di un piccolo di due mesi che si stiracchia nella culla o al faccino sorridente e orgoglioso di chi, a quasi tre anni, ti mostra un puzzle fatto tutto da solo; non esiste sonno di fronte alla magia di una passeggiata mano nella mano verso l’asilo o nel guardare i due fratelli che fanno naso-naso, che si studiano e si avvicinano ogni giorno un pochino di più, immaginando un amore che, se saremo fortunati e lavoreremo bene, sarà per la vita.
Che meraviglia.

Evviva i papà tutto l’anno.

Si parla sempre di mamme.

Mamme ai giardini, mamme all’asilo, mamme dal pediatra.

Mamme che scrivono blog, che aprono gruppi sui social networks, che si supportano, che si ascoltano e si raccontano, che fanno un pezzetto di strada insieme.

Mamme dappertutto.

Bello, ma i papà dove sono?

Ci sono, eccome se ci sono!

Basta aprire gli occhi e volerli vedere, cercarli tra le righe. Non solo a marzo, ma tutto l’anno.

Se continuiamo solo a parlare da mamme e tra mamme vedremo solo un pezzo, non allargheremo l’orizzonte e ci mancherà sempre un punto di vista prezioso e importante.

Sarebbe come giocare senza la squadra al completo.

A volerli cercare, e neanche con il lanternino, ci sono tanti, tantissimi papà che non “aiutano” le loro compagne con i bambini, ma fanno semplicemente i padri. Con testa, cuore, intelligenza e ironia, semplicità e amore.

E’ bellissimo vederli sbucare la mattina dal portone dell’asilo, intenti a chiacchierare con il loro duenne, una mano che tiene la manina, nell’altra la borsa del lavoro.

Sono quei papà che anche alla fine di una lunga giornata non si perderebbero per nulla al mondo la favola della buonanotte, che si alzano la notte per un brutto sogno o un mostro da cacciare, che corrono ai giardini dietro a un pallone, che portano i figli in spalla in montagna, che insegnano ad andare in monopattino, che condividono con la madre dei loro ragazzi la straordinaria avventura dell’essere genitori, confrontandosi, mettendo in fila qualche errore, procedendo per tentativi, aggiustando il tiro, crescendo tutti insieme.

Dietro a quei papà ci sono mamme che sanno fare un passo indietro, scendere dal trono del “faccio tutto io” o non salirci proprio.

Sono le mamme che ascoltano il cuore, che sanno che in squadra si gioca meglio, che due punti di vista sono meglio di uno, che non vedono l’ora di condividere con il compagno che hanno scelto per la vita il viaggio dell’essere madre e padre.

Sono donne che sanno che il tempo con il papà sarà prezioso per i loro bambini, perché con lui si fanno cose diverse che con la mamma, si corre sotto la pioggia, si guardano le partite, si chiacchiera in modo diverso, si sperimentano scivoli e altalene. E pazienza se qualche volta staranno fuori a gennaio senza cappello di lana- non è detto che il raffreddore arrivi per forza- o se la pastasciutta sarà un po’ più cotta o un po’ più al dente, perché quello che guadagneranno sia i padri che figli sarà molto, molto di più.

Queste madri hanno imparato che i padri che si prendono cura dei figli aiutano anche loro. E non solo perché possono riprendere fiato, bere un caffè con le amiche, avere un momento tutto per loro, ma perché quei papà sono capaci di interrompere un capriccio quando la mamma è troppo stanca per farlo, di ridimensionare una preoccupazione materna, di studiare insieme alle loro compagne trucchetti e strategie per affrontare le fasi che la crescita dei nostri bambini ci mette davanti, di strapparci una risata anche alla fine di una settimana chiuse in casa a soffiare nasini e fare aerosol.

E non penso solo alle famiglie in cui mamma e papà vivono sotto lo stesso tetto. Ho conosciuto genitori separati che sono stati capaci di continuare a fare squadra in maniera straordinaria.

Per come la vedo io, una piccola grande rivoluzione culturale sta avvenendo sotto i nostri occhi. Rispetto alla generazione che ci ha cresciuti i papà e le mamme di oggi sono assolutamente intercambiabili.

Penso che questo sia un grande insegnamento, sia per i nostri bambini che un domani saranno padri che avranno capito che i compiti di cura non sono un appannaggio solo femminile, sia per le nostre bambine che quando saranno madri sapranno fare un passo indietro.

Avanti tutta mamme, ora tocca a noi cavalcare l’onda e fare in modo che davvero il cambiamento prenda piede, perché non ci chiedano più al supermercato “signora, suo marito la aiuta con i bambini?”. Non possiamo farci sfuggire l’occasione di fare un  regalo così bello ai nostri figli!

Buona festa del papà a tutti e che sia festa del papà tutto l’anno.

Gentilezza vs cyberbullismo 1-0

Per fortuna ogni tanto si leggono anche delle belle storie, di quelle che aprono il cuore.

Soprattutto in questi tempi di odio dilagante online, di insulto libero anche tra i giovanissimi, grazie a chat e applicazioni che garantiscono l’anonimato di chi scrive.

Quest’estate su Faccio Quello che Posso avevo raccontato i miei pensieri di mamma indignata a proposito di Sarahah, l’app di cui allora si parlava molto e che apriva la strada alla libera offesa tra coetanei senza il bisogno di metterci la faccia.

Oggi sono felice di leggere e di raccontarvi che si è aperto uno spiraglio contro la cultura dell’odio in rete.

Grazie alla gentilezza.

Tommaso e Filippo, due fratelli milanesi di dieci e dodici anni hanno pensato ad un’applicazione a metà strada tra il gioco e il social network e l’hanno realizzata con l’aiuto del loro papà.
Si chiama Play Olli, è dedicata ai ragazzi delle scuole medie e superiori, è gratuita e molto facile da usare.

La novità? Si risponde solo domande a domande positive sui compagni.

L’idea è quella di aumentare l’autostima e sperimentare la gentilezza. Un ottimo antidoto contro il bullismo.

Grazie Tommaso e Filippo, continuiamo a coltivare la gentilezza!

 

 

 

Dis e superpoteri: storia di una famiglia che ha trasformato la difficoltà in forza.

Mi piacciono i libri che lasciano qualcosa, quelli che quando hai finito di leggerli ti mancano un po’, perché ti sei ritrovata in quelle parole, perché hai imparato una cosa nuova, perché ti hanno aperto un orizzonte; quelli che consigli subito alle amiche; quelli da tenere a portata di mano nella libreria di casa per andarne a ripescare qualche capitolo ogni tanto.

Da quando sono mamma leggo molto meno di quanto vorrei, purtoppo.

O meglio, leggo moltissime favole, ma poco per me.

Da quando aspettavo il mio primo bambino, però, non ho mai smesso di leggere libri per genitori. O, meglio ancora, libri di genitori che raccontano la loro esperienza.

Perché credo che alla fine, ognuno con la sua storia, il suo bagaglio, i suoi problemi, siamo tutti sulla stessa barca. Nessuno ha la bussola, ma tutti navighiamo a vista.

E allora perché non fare un pezzetto di strada insieme?

Perché, tante volte, quello che è capitato a noi può servire anche agli altri, magari in modo diverso, può essere uno spunto, un’idea, un nuovo punto di vista utile. E viceversa. Anche se apparentemente sembra che il problema non ci riguardi ci può sempre essere, nel racconto di un genitore, un modo di vedere le cose che può essere valido anche per la nostra famiglia, una dritta nascosta utile anche per la fase che attraversiamo noi in quel momento della crescita con i nostri bambini.

Negli ultimi giorni, in montagna, complice il pancione che cresce e la nevicata fuori, ho letto tutto d’un fiato il libro di Carlotta Jesi “I miei bambini hanno i superpoteri” ed.Sperling e Kupfer.

Già dal sottotitolo “storia della nostra dislessia” mi aveva convinta.

Eccola lì”, mi sono detta, “finalmente una famiglia intera. Non la solita mamma che si racconta e basta”.

Non mi sono sbagliata.

Non sapevo nulla sulla dislessia e ho trovato un bellissimo racconto umano.

Carlotta tratteggia, con testa e cuore, semplicità e ironia, leggerezza e profondità, la quotidianità della sua famiglia alle prese con il disagio dei suoi due bambini. Perché è così che lei riassume il brutto prefisso Dis “che sta per disgrafia, discalculia, dislessia, disagio”.

E così, dalle chiacchiere con le amiche di salvataggio davanti a una cena cinese, a quelle con la mamma e le sorelle ritagliandosi il tempo per un cappuccino tra una riunione e l’altra, ai discorsi con il marito in bicicletta verso casa- quando, tra una pedalata e l’altra, ci si confronta sui bambini, si aggiusta il tiro, ci si sostiene a vicenda- fino alle corse alle parco in solitaria o con un’amica che alleggerisce, emerge davvero la fotografia di una famiglia intera, che abbraccia anche gli amici, di una squadra, dove ognuno mette il suo pezzetto.

E poi ci sono loro, i bambini. Con tutta la loro fatica quotidiana, che è anche quella di mamma e papà, che ogni giorno ce la mettono tutta e anche di più per inventare strategie sempre nuove perché andare a scuola non sia così frustante, perché le ginocchia non si irrigidiscano durante la strada la mattina, perché scrivere numeri e parole non sia più una battaglia quotidiana e il diario bianco diventi un alleato anziché un nemico.

L’autrice divide il libro due parti, “giù” e “su”: prima la fatica, la frustazione, le domeniche a fare i compiti che si trasformano in un incubo, i lunghissimi pomeriggi inchiodati ai quaderni mentre fuori c’è il sole e si potrebbe andare al parco, la scuola che non sempre aiuta i ragazzi a trovare un loro personale stile di apprendimento, il magone dei genitori che farebbero qualsiasi cosa per i aiutare i loro ragazzi, gli sguardi degli altri genitori che spesso sono lontani, freddi. Poi però, finalmente, come nelle storie belle, si risale la china. Arriva il “su”. Dalla scoperta della capoeira, all’intuizione della mamma sui versi della profezia di Aragorn, de il Signore degli Anelli, fino ad un pic-nic estivo sotto le stelle, in cui le parti quasi si invertono e i genitori scoprono, con gioia e meraviglia, figli che sono capaci di “sognare, ragionare e immaginare in 3D”.

Eccola la chiave. Ecco cosa mi porto dietro dopo aver divorato questo libro dalla copertina gialla e super eroi disegnati in copertina: spesso le risposte arrivano dai nostri ragazzi, quasi sempre sono loro ad indicarci la strada. Qualunque sia la loro e la nostra difficoltà.

Giochi da maschi e giochi da femmine. Siamo ancora lì?

Questo post avrei voluto scriverlo qualche mese fa.
Poi, purtroppo, il tempo è scivolato via, come spesso capita alle mamme.
Però è rimasto nei miei pensieri e credo che la mia riflessione sia sempre attuale.

Era novembre, tempo di letterina a Babbo Natale, quando ho visto sui social networks girare una vignetta che riprendeva una pubblicità- vera- di un giocattolo.
Sotto la fotografia di un passeggino per bambole o di una cucina- adesso non ricordo,ma poco importa- campeggiava una grande scritta colorata “gioco per bambine”.

Non ci potevo credere.

“Ma davvero siamo ancora fermi a questo punto?” mi sono chiesta. “C’è ancora chi pensa che esistano giocattoli rigorosamente per bambine e altri per bambini?”
“Allora tutti i nostri discorsi sulla parità di genere, le parole scritte, i dibattiti tra genitori, i tentativi di diffondere una cultura diversa sul tema sono ancora così lontani dal dare i loro frutti?” continuavo a pensare con indignazione.

“E i discorsi alle bambine, sognate in grande, immaginatevi come volete, non solo a spingere carrozzine e fare risotti, dove finiscono con questi messaggi?”
“E come faremo a crescere i nostri maschietti in maniera un po’ diversa, con testa, cuore e sensibilità, con l’idea che i compiti di cura non spettano solo alle donne, ma che non sarà disdicevole, anzi, saranno uomini più completi, se andranno a fare la spesa, accompagneranno i bambini a scuola, canteranno ninne nanne, vuoteranno lavapiatti, asciugheranno nasini, se tutto intorno a noi rema contro?”

Per fortuna i fatti smentiscono certe teorie. Basterebbe osservare con occhio attento e cuore aperto i nostri bambini per rendersene conto.
Loro sono sempre un passo avanti a noi. Sempre.
Attraverso il gioco imparano, sperimentano la vita. Il gioco è qualcosa di molto, molto importante.

Dovremmo ricordarcelo ogni giorno.
E averne molta cura.

Sono mamma di un maschio e tra pochi mesi lo sarò di nuovo.
Si potrebbe immaginare la mia vita tra macchinine e mezzi da cantiere, palloni e motociclette.
Non è del tutto vero.
Non posso negare di aver imparato, grazie al mio bambino, la differenza tra una bisarca e una betoniera, cosa che prima ignoravo felicemente.

Ho scoperto che davvero non esistono i giochi “da maschi” e quelli “da femmine”, ma che è un vecchissimo retaggio culturale, una visione piuttosto ottusa e ampiamente superata dai fatti.

Mi sono accorta che i maschietti sono cuochi strepitosi e pieni di fantasia dietro ai fornelli della cucina giocattolo, ma anche bravissimi fruttivendoli al mercato della frutta e della verdura di plastica; conosco bambine che si divertono a far correre le macchinine sulle piste, a giocare con il trenino di legno, a cavalcare la vespa di plastica sgommando su e giù per il corridoio di casa nostra. E ancora, insieme giocano pomeriggi interi con la fattoria e gli animali, fanno costruzioni con i mattoncini, leggono le stesse favole.

Mi pare che sotto i nostri occhi sia già in atto una bellissima rivoluzione, basterebbe volerla vedere.
Mi pare che i nostri figli sappiano già tutto, basterebbe ascoltarli.

Ce la facciamo noi genitori a crescerli in un certo modo, a chiudere la bocca con un sorriso e la forza dei fatti a chi ancora insiste nella rigida divisione dei ruoli, riusciamo ad insegnare ai nostri maschietti la bellezza del gioco di squadra in famiglia e nella cura degli affetti e alle nostre bambine a sognare in grande?

Secondo me sì.